Una scaletta da brividi che, eccezion fatta per la grande assente “Plainsong“, ha più o meno accontentato tutti. È stato un concerto d’altri tempi quello dei The Cure che ieri, 1 novembre 2016, hanno animato Milano.
Le atmosfere new wave e dark tipiche di Robert Smith c’erano tutte, smorzate forse da un gioco di luci a tratti troppo “gioiose” (come suggeriscono i puristi), ma lui era lì, stoicamente ancorato alla sua chitarra che cambiava velocemente, pezzo dopo pezzo.
Quasi tre ore di concerto in cui il cuore sanguinante e profondo di Smith si è visto tutto, con una panoramica ampia e approfondita su tutta la loro immensa discografia. Ogni canzone un pezzo di vita, loro e nostro, del pubblico che oggi raccoglie un’ampia fetta generazionale.
Davanti, nelle prime file, i ragazzini che hanno scoperto “Friday I’m In Love” frugando tra i vecchi dischi dei genitori e si sono appassionati ai classiconi che i The Cure non si stancano mai di eseguire durante i live, con una grande umilità e riconoscendo che il loro successo è così grande anche grazie a quelle canzoni, forse così abusate da un pubblico fin troppo eterogeneo.
Dietro e sugli spalti invece si trovano loro: i fan “che non mollano mai”. Sono lo zoccolo duro che Robert Smith negli anni si è costruito e si è portato con sé, nutrendo l’anima turbata di ognuno di loro con canzoni sempre nuove e testi di una profondità da lacrime. Sono loro i fan che ciondolano su Push, sgranano gli occhi su Shake Dog Shake e annuiscono compiaciuti su Doing the Unstuck.
Il palco è quello: niente fronzoli o grandi effetti scenici se non un dei pannelli video alle loro spalle. Non c’è bisogno di altro del resto perchè alla staticità di O’Donnell risponde l’energia implacabile di Simon Gallup che con il suo basso fa i chilometri sul palco. E poi ci sono loro: gli sguardi allucinati, ma allo stesso tempo consapevolissimi di Robert che sussurra al microfono, non sbaglia praticamente niente e racconta tutto il suo mondo.
Insomma un concerto da lacrime, ma di quelle belle accompagnate da un super sorriso che ti lascia il gusto dolce amaro della coscienza di aver visto qualcosa di unico. E come dice un grande amico: “Che bella cosa la musica“.
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